mercoledì, 21 maggio 2008

IL PROMEMORIA DI ROMANI

Per fortuna dalla melassa del "volemose bene" ogni tanto compare qualcuno che ci ricorda chi governa. Prima la Carfagna, che sostiene che i gay non sono discriminati, attirandosi gli strali trasversali di chi sulle Pari Opportunità la pensa diversamente.

Poi Paolo Romani, sottosegretario forzista alle Comunicazioni che di botto riporta alla mente due cose: Berlusconi ha eliminato di fatto un ministero delle Comunicazioni ad hoc (il che nell'era della mediatizzazione a 360 gradi della politica e della vita quotidiana appare una scelta quantomento singolare), la seconda è che lo "statista leale" Berlusconi è sempre quello dell'editto bulgaro, sempre quello che di fatto, direttamente o per mezzo dei servi sciocchi, controllava e controlla sei televisioni nazionali.  L'intervento di Romani ci riporta, per fortuna, nel pieno del Berlusconi-pensiero sulle tv, cosa che uno nel clima di generale concordia rischiava di dimenticare: ed ecco allora l' "edittino" di Romani, che distribuisce patenti e pagelle ad libitum. Travaglio è incompatibile con la tv pubblica, Santoro un professionista serio che ha ecceduto però in campagna elettorale, Floris bravo ma targato, la Annunziata un po' prevenuta; infine la satira di Fazio e della Dandini improponibile nella fascia di Primo Piano: ma non perchè vada salvaguardata la fascia informativa del TG3 (o almeno Romani non lo ha detto esplicitamente), bensì perchè è una satira troppo orientata politicamente che non può avere uno spazio quotidiano. Infine Saccà (presente, quello delle intercettazioni con Berlusconi e dell'inchiesta di Napoli?), un martire politico che deve rientrare in gioco.

Blanda, ovviamente, la risposta del PD che con il ministro "ombra" delle Comunicazioni Giovanna Melandri (molto brava, evidentemente, se nel giro di sei mesi è riuscita a passare dallo sport e politiche giovanili alle comunicazioni, dev'essere una che si intende di tutto): "Non è compito di un sottosegretario interferire con scelte che sono dei vertici di un'azienda".

Risposta che tra l'altro elude l'affermazione secondo me più grave di Romani: "Finalmente non ci sarà più bisogno che Rete4 vada sul satellite, questione superata". Superata da chi? Sentenze nazionali e internazionali hanno dato più volte ragione a Europa7, l'emittente che da più di dieci anni avrebbe il diritto di utilizzare le frequenze di Rete 4 e nessun giudice ha finora statuito il contrario. Vicenda superata dal PD, forse, che di conflitto di interessi già ne parlava poco prima, figuriamoci adesso. Ma la questione delle tv, in realtà, non è superata per niente.

boemos alle 13:02 in: politica, comunicazioni, giornalismo, tv
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martedì, 20 maggio 2008

NON PASSA LO STRANIERO

Rifletto da giorni sul concetto di tolleranza, di accoglienza, di integrazione, soprattutto riferito alla questione rom. Gli episodi di Napoli, di una persona scoperta a rubare un bambino, un atto infame cui molto facilmente viene voglia di rispondere con la violenza. E poi il moto popolare chissà quanto spontaneo, con l'incendio appiccato alle baracche in cui un'intera comunità trascorreva la propria esistenza. Un atto altrettanto infame di generalizzazione e di violenza animale, ma anche l'evidente sintomo di un'esasperazione.

Qui il problema però non sono solo i rom, è proprio lo straniero: ce lo dimostra l'inchiesta realizzata da "Annozero" giovedì scorso, a Reggio Emilia, città storicamente di sinistra. I residenti italiani  di un quartiere abitato ormai soprattutto da immigrati rivelano una cosa interessante: lì nessuno crea problemi di criminalità, non è mai stato rubato neanche un portafoglio. Eppure lo straniero dà fastidio comunque, semplicemente perchè ce ne sono talmente tanti, di immigrati, da far sentire stranieri gli italiani del quartiere stesso. La sensazione di non essere più padroni a casa propria spinge all'intolleranza e al fastidio nei confronti degli immigrati.

Sul tema è difficile dare giudizi, io stesso che per natura non ho pregiudizi di razza, ho qualche problema, a volte, ad accettare i comportamenti di una comunità, quella rom, che per cultura non potrà mai integrarsi con il mio Paese: perchè non manda i figli a scuola, perchè vive di espedienti, perchè considera la donna alla stregua di un oggetto. E anche salire su un treno in cui i tre quarti dei passeggeri parla una lingua diversa dalla tua, effettivamente ti fa sentire un estraneo. Non è snobismo, è solo una sensazione strana.

Intanto, però, la politica si occupa d'altro e la sinistra "riformista" di Veltroni passa il proprio tempo a capire come spartirsi la fetta di RAI che gli lascerà Berlusconi  e a come conciliare le proprie correnti interne. Il popolo, intanto, continua la propria esistenza parallela, con altri problemi e in attesa di risposte che questa sinistra non darà mai. A Napoli intanto, più di qualsiasi partito della "casta", a interpretare i bisogni di pancia della gente è la camorra, che guida l'assalto ai rifiuti e ai campi rom. E che in questo modo continua ad essere, per il cittadino medio di Gomorra, meglio dello Stato. E perchè allora tradire la camorra per favorire le istituzioni? Il PD, intanto, parla d'altro di fronte a un caminetto.

boemos alle 13:10 in: politica, immigrazione, camorra
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martedì, 13 maggio 2008

VITA DA ROMANISTA: ROMA-ATALANTA

“Damme retta, nun se po' fa”. A starli a sentire, non ci credono manco i vecchi, presente quelli abbonati da trent'anni, quelli che le hanno viste tutte, le Romette, il Liverpool, Turone, Roma-Lecce e così via? Ecco, neanche loro, poca soddisfazione, solo i soliti spacconi che mentre sei in macchina e vai allo stadio, fai zapping sulle radio e li senti esorcizzare: “Tanto l'Inter perde tre a zero”. Inguaribili ottimisti, diciamo così. “Nun se po' fa, damme retta”, li smonta subito qualche vecchio saggio. Perchè allo stadio è così, c'è quello che la spara grossa, c'è qualcuno che annuisce e poi c'è sempre il razionale che arriva e demolisce tutto in due secondi. “Ma te pare che non vincono?”, “Ma che stai a dì, er Siena nun se gioca un ca..o”, “Mo Cruz due minuti je fa' tre gol”, e a guardarli pare pure che ci credono. Si scuote la testa, si aspetta l'inizio, si inganna il tempo parlando di Soros, di politica, di “hai visto in Birmania”, per i più colti. Ma di scudetto niente, due secondi e le teste che si scuotono, “tanto je fanno tre gol, che vuoi sperà”. Di tutto si parla, di scudetto no. E' inutile. Comincia così, sotto un cielo di tante nuvole e pochi pallidi raggi di sole, la grande finzione, il colossale “Truman Show” dello Stadio Olimpico, il pomeriggio da urlo minuto per minuto, quello che faccio finta di non crederci, ma se succede... “Damme retta, nun se po' fa”, e via giù uno scappellotto al figlioletto troppo ottimista, “nun se po' fa”, disse il padre prima di tirare fuori la radiolina. Presente Fantozzi alla proiezione della Corazzata Potemkin? Oh, la radiolina ce l'hanno tutti, chi in bocca, chi nelle mutande, chi nel taschino. E la ascoltano tutti, eh, chi fa finta di essere distratto, chi nasconde le cuffie sotto i capelli lunghi, chi pur di non darti soddisfazione ti chiede “Ma il Cagliari che sta a fa? Ah, zero a zero... E la Fiorentina? Ah, perde uno a zero...Senti un po', e l'Inter? Mica me interessa, eh, tanto pe'sape, sai c'ho la giocata...”. Solo la curva sembra crederci davvero, almeno a giudicare dai fischi al tabellone. Uno a zero, Vieira. E giù fischi. E giù commenti: “Te l'ho detto, ma che davero ce credevi?”, “Eh, te pare?” “Va bè, va, se rivedemo in Coppa Italia”. Oh, ce ne fosse uno che ha spento la radio. “Ma che Inter, no, è che vojo sentì per fantacalcio”. La voce da Milano, intanto, continua a gracchiare, mentre Vucinic sbaglia clamorosamente il gol del vantaggio. “Certo, se nun vincemo noi”. Poi il boato: scusa, intervengo da Milano, Maccarone...Maccarone uguale Siena uguale uno a uno uguale “se po' fa”. “Maccarone, m'hai provocato”. Panucci gol, Balotelli gol. “Te l'ho detto, nun se po' fa”. Traversa dell'Atalanta, brividi, intervallo, caffè, “ma l'anno prossimo te lo rifai l'abbonamento?”, “Guarda, io non ce speravo manco sul pareggio”. Come no, basta crederci! Rientrano in campo, presente le radioline accese prima? Ecco, pure di più. Boato: Kharja? “Aho, ma nun giocava co noi sto Kharja?”, “Boh, 'sti ca..i”, due a due. De Rossi, “mamma mia che j'hai fatto, Daniè”, ma la partita dell'Olimpico era finita prima di cominciare. Rigore per l'Inter “E te pare!” “Materazzi, e quanno lo sbaja”, manco il tempo di sentire che l'aveva parato, subito festa, Bellini segna (“sti ca..i”, appunto”), l'Inter no. Festa, caroselli, tutti a Catania, grazie Roma, vinceremo il tricolor. “Ah papà, te l'avevo detto” E giù scappellotto “Guarda che io ce lo sapevo da prima de te” disse papà mentre spegneva la radiolina.

boemos alle 15:58 in: calcio, as roma, stadio
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martedì, 13 maggio 2008

TRAVAGLIO VS SCHIFANI, PUNTI DI VISTA

 Ho trovato molto interessante, da osservatore di politica e da "travagliano" della prima ora, il dibattito che si è scatenato in questi giorni sulle dichiarazioni rese da Marco Travaglio a "Che tempo che fa" a proposito delle "relazioni pericolose" del presidente del Senato con personaggi collusi con la mafia.

Continuo a professarmi "travagliano" di ferro, ma nell'occasione concordo in parte (non tutto) con quanto scrive Giuseppe D'Avanzo su Repubblica di oggi. Lunga vita al giornalismo eccellente di Travaglio, ma senza travalicare i limiti di un garantismo minimo che ritengo necessario per non sfociare nel giustizialismo. Anche se la difesa d'ufficio di Anna Finocchiaro suona veramente stonata e la dice lunga sul bipolarismo di casta che attanaglia il nostro Paese. Ma di questo, sono certo, ci sarà modo di parlare in seguito. Ecco l'articolo di D'Avanzo:

"E' utile ragionare sul "caso Schifani". E - ancora una volta - sul giornalismo d'informazione, sulle "agenzie del risentimento", sull'antipolitica.

Marco Travaglio sostiene, per dirne una, che fin "dagli anni Novanta, Renato Schifani ha intrattenuto rapporti con Nino Mandalà il futuro boss di Villabate" e protesta: "I fascistelli di destra, di sinistra e di centro che mi attaccano, ancora non hanno detto che cosa c'era di falso in quello che ho detto". Gli appare sufficiente quel rapporto lontano nel tempo - non si sa quanto consapevole (il legame tra i due risale al 1979; soltanto nel 1998, più o meno venti anni dopo, quel Mandalà viene accusato di mafia) - per persuadere un ascoltatore innocente che il presidente del Senato sia in odore di mafia. Che il nostro Paese, anche nelle sue istituzioni più prestigiose, sia destinato a essere governato (sia governato) da uomini collusi con Cosa Nostra. Se si ricordano queste circostanze (emergono da atti giudiziari) è per dimostrare quanto possono essere sfuggenti e sdrucciolevoli "i fatti" quando sono proposti a un lettore inconsapevole senza contesto, senza approfondimento e un autonomo lavoro di ricerca. E' un metodo di lavoro che soltanto abusivamente si definisce "giornalismo d'informazione".

Le lontane "amicizie pericolose" di Schifani furono raccontate per la prima volta, e ripetutamente, da Repubblica nel 2002 (da Enrico Bellavia). In quell'anno furono riprese dall'Espresso (da Franco Giustolisi e Marco Lillo). Nel 2004 le si potevano leggere in Voglia di mafia (di Enrico Bellavia e Salvo Palazzolo, Carocci). Tre anni dopo in I complici (di Lirio Abbate e Peter Gomez, Fazi). Se dei legami dubbi di Schifani non si è più parlato non è per ottusità, opportunismo o codardia né, come dice spensieratamente Travaglio a un sempre sorridente Fabio Fazio, perché l'agenda delle notizie è dettata dalla politica ai giornali (a tutti i giornali?). Non se n'è più parlato perché un lavoro di ricerca indipendente non ha offerto alcun - ulteriore e decisivo - elemento di verità. Siamo fermi al punto di partenza. Quasi trent'anni fa Schifani è stato in società con un tipo che, nel 1994, fonda un circolo di Forza Italia a Villabate e, quattro anni dopo, viene processato come mafioso.

I filosofi ( Bernard Williams, ad esempio) spiegano che la verità offre due differenti virtù: la sincerità e la precisione. La sincerità implica semplicemente che le persone dicano ciò che credono sia vero. Vale a dire, ciò che credono. La precisione implica cura, affidabilità, ricerca nello scovare la verità, nel credere a essa. Il "giornalismo dei fatti" ha un metodo condiviso per acquisire la verità possibile. Contesti, nessi rigorosi, fonti plurime e verificate e anche così, più che la verità, spesso, si riesce a capire soltanto dov'è la menzogna e, quando va bene, si può ripetere con Camus: "Non abbiamo mentito" (lo ha ricordato recentemente Claudio Magris).

Si può allora dire che Travaglio è sincero con quel dice e insincero con chi lo ascolta. Dice quel che crede e bluffa sulla completezza dei "fatti" che dovrebbero sostenere le sue convinzioni. Non è giornalismo d'informazione, come si autocertifica. E', nella peggiore tradizione italiana, giornalismo d'opinione che mai si dichiara correttamente tale al lettore/ascoltatore. Nella radicalità dei conflitti politici, questo tipo di scaltra informazione veste i panni dell'asettico, neutrale watchdog - di "cane da guardia" dei poteri ("Io racconto solo fatti") - per nascondere, senza mai svelarla al lettore, la sua partigianeria anche quando consapevolmente presenta come "fatti" ciò che "fatti", nella loro ambiguità, non possono ragionevolmente essere considerati (a meno di non considerare "fatti" quel che potrebbero accusare più di d'un malcapitato).

L'operazione è ancora più insidiosa quando si eleva a routine. Diventata abitudine e criterio, avvelena costantemente il metabolismo sociale nutrendolo con un risentimento che frantuma ogni legame pubblico e civismo come se non ci fosse più alcuna possibilità di tenere insieme interessi, destini, futuro ("Se anche la seconda carica dello Stato è oggi un mafioso..."). E' un metodo di lavoro che non informa il lettore, lo manipola, lo confonde. E' un sistema che indebolisce le istituzioni. Che attribuisce abitualmente all'avversario di turno (sono a destra come a sinistra, li si sceglie a mano libera) un'abusiva occupazione del potere e un'opacità morale. Che propone ai suoi innocenti ascoltatori di condividere impotenza, frustrazione, rancore. Lascia le cose come stanno perché non rimuove alcun problema e pregiudica ogni soluzione. Queste "agenzie del risentimento" lavorano a un cattivo giornalismo. Ne fanno una malattia della democrazia e non una risorsa. Si fanno pratica scandalistica e proficuamente commerciale alle spalle di una energica aspettativa sociale che chiede ai poteri di recuperare in élite integrity, in competenza, in decisione. Trasformano in qualunquismo antipolitico una sana, urgente, necessaria critica alla classe politico-istituzionale.

Nel "caso Schifani" non si può stare dalla parte di nessuno degli antagonisti. Non con Travaglio che confonde le carte ed è insincero con i tanti che, in buona fede, gli concedono fiducia. Non con Schifani che, dalle inchieste del 2002, ha sempre preferito tacere sul quel suo passato sconsiderato. Non con chi - nell'opposizione - ha espresso al presidente del Senato solidarietà a scatola chiusa. Non con la Rai, incapace di definire e di far rispettare un metodo di lavoro che, nel rispetto dei doveri del servizio pubblico, incroci libertà e responsabilità. In questa storia, si può stare soltanto con i lettori/spettatori che meritano, a fronte delle miopie, opacità, errori, inadeguatezze della classe politica, un'informazione almeno esplicita nel metodo e trasparente nelle intenzioni.


boemos alle 14:55 in: politica, giornalismo
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martedì, 13 maggio 2008

NASCE "CANTONATE"

Nasce oggi ufficialmente "Cantonate", spazio libero di discussione di attualità, politica, cronaca, sport e quant'altro. A tutti da Fabrizio il più cordiale benvenuto, nella speranza che il confronto ci sia e sia sempre equilibrato.

Grazie a tutti!

boemos alle 14:52 in: benvenuto
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